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Menandro
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Menandro, figlio di Diopite del demo di Cefisia (in greco antico Μένανδρος?, Ménandros; 342 a.C. circa – 291 a.C. circa), è stato un commediografo e aforista greco antico, considerato il maggiore esponente della commedia nuova.

Contents

Note

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Biografia

Menandro, figlio di Diopite e di Egestrata,cite-ref-1[1] sarebbe stato allievo di mwdaTeofrastocite-ref-2[2] e compagno di efebia di mweqEpicuro. Probabilmente proprio tramite loro, Menandro entrò in contatto con mwegDemetrio Falereo, consolidando con lui un'amicizia che, secondo le fonti, gli procurò qualche problema politico dopo che mwewDemetrio I Poliorcete lo ebbe rovesciato nel 307.cite-ref-3[3]

Menandro esordì nel teatro nel 321 circa,cite-ref-4[4] e nel decennio seguente si affermò come prolifico commediografo. Sebbene autore di poco più di cento commedie, ebbe poca fortuna in vita: vinse, infatti, solo otto volte gli agoni comici.

Mosse quindi i primi passi nel mondo del teatro ad Atene, settant'anni dopo la morte di mwhgAristofane. La società greca aveva in quel lasso di tempo subito cambiamenti di portata storica enorme: vivendo in un periodo in cui la mwhwpolis e la sua centralità egemonica erano divenuti un mero ricordo del passato, per il commediografo ateniese è difficile riprendere i temi di una mwiacommedia mwiqfarsesca e mwigsatirica in termini mwiwpolitici, l'mwjaEllenismo era un periodo in cui il ruolo predominante dell'intellettuale non si concretizzava nella partecipazione attiva alla vita politica in senso stretto, bensì nell'intrattenimento di un pubblico elitario e selezionato.

La produzione menandrea, quindi, mal si adatta all'interesse politico, bensì intende attuare un'indagine sull'uomo, non attraverso il mwjglanternino di mwjwDiogene, ma attraverso uno squarcio nel quotidiano da cui possiamo tutti noi trarre i tratti più veri e autentici dell'individuo comune, «uno dei tanti», che costituisce però la quasi totalità del genere umano.

Cacciato Falereo, Menandro riuscì a evitare di essere processato grazie all'intercessione di Telesforo, un cugino di mwkqDemetrio I Poliorcete, nuovo signore di Atene. Rimase sempre legato ad Atene, città che non abbandonò mai, nonostante gli fossero state offerte occupazioni in molte corti di sovrani, tra cui quella del re d'Egitto mwkgTolomeo I e quella mwkwmacedone. Alcuni giustificano questa scelta con la probabile relazione tra Menandro e un'mwlaetera di nome Glicera, ma la reale esistenza di questo legame è stata messa fortemente in dubbio.cite-ref-5[5]

Menandro morì intorno al 291,cite-ref-6[6] secondo alcuni annegando mentre nuotava nelle acque del mwngPireo, presso Atene.cite-ref-7[7] Un passo di mwowPausania sostiene che la tomba del commediografo si trovava sulla via che dalla città conduceva al porto.cite-ref-8[8]

Commedie

Di Menandro erano note nell'antichità 108 commedie,cite-ref-9[9] otto delle quali avevano riportato la vittoria negli agoni drammatici ateniesi.cite-ref-10[10] Nei manoscritti, invece, erano giunte solo le mwsgSentenze, una raccolta di aforismi di saggezza popolare dalle sue commedie, tutte in un solo verso (mwswmonostiche), sulle donne, l'amicizia, l'educazione, la fortuna.

Le opere di Menandro a noi note per intero sono solo due:

• mwtwmwuaIl misantropo, rappresentata nel mwuq316 a.C.
• mwuwmwvaLa donna di Samo, sostanzialmente completa (ne manca meno di un quinto)

La conoscenza di Menandro dipende esclusivamente dalle scoperte papiracee del Novecento, tra cui spiccano un papiro del Cairocite-ref-11[11] e il mwwgcodice Bodmer, pubblicato nel 1959. Altri papiri hanno tramandato l'mwwwmwxaAspis (mwxqLo scudo; pervenuta per circa una metà); gli mwxgEpitrepontes (mwxwmwyaL'arbitrato; pervenuta in gran parte); il mwyqmwygMisoumenos (mwywL'odiato); la mwzaPerikeiromene (mwzqmwzgLa donna tosata). Di altri drammi restano frammenti più o meno lunghi; fra di essi mwzwIl detestato, mwaaIl due volte ingannatore e mwaqLa donna di Perinto.

Il mondo poetico e concettuale di Menandro

Umorismo e pensiero

Menandro è un comico molto sottile: non genera momenti di pura ilarità, ma sorrisi, tramite un senso dell'umorismo che coinvolge lo spettatore, mettendo in risalto i caratteri veri dell'individuo e non è usato necessariamente per prendere in giro il personaggio in questione.

Un esempio è dato dallo mwdaScudo, in cui è fatto risaltare – soprattutto all'inizio – l'avarizia del vecchio Smicrine che, di fronte alla notizia – che poi si rivelerà fasulla – della morte del nipote Cleostrato, accenna molto più interesse al bottino accumulato e portato in patria dal fedele servo Damo piuttosto che alla descrizione del fatto e al mwdqpathos dell'evento.

«DAVO: Egli giaceva con lo scudo, tutto in pezzi (…)

Il nostro comandante, sì valente,

ebbene, ci ha vietato che piangessimo

i morti uno ad uno e diceva

che si sarebbe perso troppo tempo

a raccogliere i morti. Li ha fatti

bruciare (…) Ora sai tutto.

SMICRINE: Seicento aurei stateri, hai detto?»

(Aspis, vv. 72–83, con tagli)

Si può, dunque, notare che la funzione «derisoria» è praticamente assente: benché il momento comico ci sia, lo spettatore non può che trovare la condotta del vecchio molto immorale, che in questo contesto così diverso dalla vita di tutti i giorni risalta nettamente.

Questa caratteristica fondamentale del teatro menandreo era stata teorizzata precedentemente da mwegAristotele nella sua mwewmwfaPoetica. Il filosofo afferma che la commedia – a differenza della mwfqtragedia, con cui condivide il senso della mwfgmwfwμίμησις (mwgamimesis) – culmina non nella mwgqcatarsi (mwggmwgwκάθαρσις, mwhakatharsis), bensì nel ridicolo (mwhqmwhgγελοῖον, mwhwghelóion). Il ridicolo che non ride delle disgrazie altrui, ma solo di una certa tipologia di persone che – in un modo o nell'altro – se la meritano. Chi viene messo alla berlina non è certo il servo Davo, l'mwiaetera Criside (mwiqΣαμία) o il ricco Sostrato (mwigΔύσκολος), i quali sono i modelli positivi delle vicende, ma l'avaro, il misantropo e l'iroso, i cui comportamenti deplorevoli vengono in qualche modo «esorcizzati» attraverso la funzione apotropaica ed etica del riso. In qualche modo, tutto si potrebbe semplificare con «non comportarti come lui, o ti ricoprirai di ridicolo».

All'interno della vicenda vi sono molti intrecci, causati molto spesso da incomprensioni. L'esempio più notevole è dato dalla mwjaSamia, in cui il figlio di Moschione viene attribuito, da parte di madre, all'etera Criside, che conduce inevitabilmente alla cacciata della donna dalla casa del proprio innamorato. Tale struttura confusa richiama un altro concetto fondamentale: quello della mwjqΤύχη. Nelle vicende delle commedie, non vi è un ordine razionale delle cose, perché tutto è dettato dal mwjgcaso. Ogni tentativo per risolvere le difficoltà e sciogliere l'intreccio è destinato a fallire o a non avere alcun riscontro, perché il mwjwCaso o crea ulteriore confusione - una parola che viene equivocata dal pensiero umano che è facilmente fallace - o scioglie la vicenda in un modo che nessuno si era aspettato: la caduta in un pozzo (mwkaΔύσκολος) o il ritorno inaspettato di un individuo creduto morto (mwkqἈσπίς). Non è una coincidenza, quindi, che sempre nell'mwkgAspís è la Sorte stessa a rivelare il lieto risvolto della vicenda. Il concetto di mwkwΤύχη non è quindi negativo, perché ogni commedia ha un mwlalieto fine, né tende a screditare la mwlqragione umana. Menandro vuole solo far intendere che nella realtà non c'è nulla di certo, che anche nelle vicende più comuni può accadere di tutto: perciò, più che indagare il mwlgtrascendente o esercitare l'ingegno in eventi più grandi di lui, si dovrebbe tendere ad esaminare l'uomo e la sua natura (e ciò coincide non solo con il mwlwpensiero ellenistico, ma anche con quello mwmasofistico, che proliferava in quegli anni).

Menandro rappresenta nelle commedie un uomo autentico e comune, con i suoi pregi e difetti. Questi ultimi vengono (come abbiamo già avuto modo di dire) amplificati. Il commediografo sperimenta la reazione di questi caratteri e di questi uomini a diverse situazioni, mostrandoci come un individuo di quel genere avrebbe provato e vissuto quell'evento. Tuttavia, l'indagine non è completa, poiché gran parte delle vicende sono avulse da una serenità generale, in cui il sentimento più forte è la tristezza per la morte di un caro, per cui mancano quei grandi sentimenti che sconvolgono l'uomo.

Il commediografo ateniese evidenzia ed auspica il sentimento di unione, fratellanza e amicizia tra gli uomini, i quali non devono combattersi tra di loro o odiarsi per il proprio pensiero, la patria di origine o la condizione sociale. Nelle commedie di Menandro, il ricco e il povero (basti vedere Demea e Nicerato nella mwmwSamia o Sostrato e Gorgia nel mwnaDyskolos), il servo e il padrone (Davo e Cleostrato nell'mwnqAspis) sono messi sullo stesso piano umano, ognuno di loro ha pari dignità e libertà di pensiero. Vi è anche il rispetto nei confronti delle opinioni altrui, come dice anche Cnemone nella parte risolutiva del mwngDyskolos:

«CNEMONE: Quanto a me, se io vivo, orsù, lasciatemi

vivere come a me piace!»

(Dyskolos, v. 735)

Menandro e Aristofane

La commedia menandrea, che influenzerà molto la comicità latina e posteriore, rompe inevitabilmente con la struttura delle commedie mwowaristofanee, soprattutto per motivi sociali. Per comprendere appieno le differenze si deve però distinguere gli ambiti concettuali che le caratterizzano.

In primo luogo, la funzione del teatro. Se, infatti, in mwqqAristofane il teatro esaltava e promuoveva i valori civili della mwqgpolis e attaccava e metteva alla berlina gli avversari politici, in Menandro serve per un'indagine sociale o per il diletto degli spettatori ed è priva, inevitabilmente, di quella invettiva politica.

Nel teatro di Aristofane l'eroe comico si presenta nella scena come unico e indiscusso protagonista della vicenda, prevaricatore e portavoce della sua idea che è superiore rispetto alle altre: tutto è subordinato al suo pensiero, e persino gli altri personaggi sono utili solo per farne risaltare ulteriormente la passionalità e il carattere. Per esempio nella mwramwrqPace il contadino Trigeo libera di sua mano - o meglio, con l'appoggio del mwrgcoro, mancante nella commedia di Menandro - la Pace, reclusa da Πόλεμος (mwrwPòlemos, mwsaprosopopea della Guerra), riportando la concordia tra mwsqAtene e mwsgSparta (ricordiamo che questa commedia viene scritta e pubblicata nel periodo della mwswguerra del Peloponneso). E quando, tornato in patria vincitore, trova ancora chi traeva giovamento dalla guerra - il venditore di armi, ad esempio - Trigeo lo scredita e lo convince a trovare altra occupazione.

Insomma, è il protagonista stesso che risolve la situazione, la quale non è affatto intrecciata e dettata dal caso come sarà in Menandro. In contrapposizione alla Τύχη (mwtqTýche, cioè la Fortuna, nel senso del Caso), vi è invece un ordine razionale degli avvenimenti e delle cose, che coincidono strumentalmente con l'idea intesa dall'autore e protratta con passionalità dall'eroe comico.

Sostanzialmente la commedia di Aristofane aveva lo stesso pubblico della mwtwtragedia, e di questa parodiava aspetti e stili. La tragedia infatti era un teatro destinato alla popolazione intera (o quasi), e quindi la sua parodia sfruttava in pieno gli stessi strumenti, primo fra tutti il mwuacoro. Durante il periodo mwuqellenistico però la tragedia va scemando, e il commediografo non può più appoggiarsi alla sua parodia, ma deve costruire uno stile adatto al nuovo pubblico. Il complesso degli spettatori di Menandro non è quindi riconoscibile nel popolo (inteso in tutte le sue parti), bensì in una ristretta cerchia elitaria di aristocratici e (soprattutto) altoborghesi. Questo pubblico "alto" vuole commedie dai toni temperati e soprattutto vuole temi familiari, e così Menandro narra di eventi che spesso si esplicano nelle mura familiari, in contesti domestici (per dirla alla greca quel micro-cosmo che è l'mwugοἶκος mwuwòikos, la casa), e in cui alla fine tutto torna alla normalità (spesso tramite l'mwvaagnizione, quel procedimento per cui ad esempio la cortigiana di cui si è innamorato il protagonista si scopre essere di nobile stirpe, permettendo quindi l'amore, e il matrimonio, nel pieno della legalità etico-morale).

Come si è visto, la concezione stessa della comicità, e le basi sociopolitiche su cui si costruisce, differisce enormemente fra Menandro e Aristofane. Nella critica quest'ultimo non concede pietà: chi è in antitesi con il suo eroe (come personaggio, come figura o come idee) viene screditato e (spesso) umiliato di fronte agli occhi della città intera. Ne mwvgmwvwLe nuvole la scuola socratica è rappresentata come un pensatoio di personaggi stravaganti, truffatori e buffoni che utilizzano l'arte della parola per raggiungere i propri scopi. Non vi è quella distaccata, pacata ed elegante ironia presente in Menandro, quel riso mwwaapotropaico che scaccia le preoccupazioni con la calma di chi sa che andrà tutto a finire bene, piuttosto un'enfatizzazione di quello che dal comico viene considerato "dannoso" (la guerra ne mwwqmwwgLa pace, il pensiero di Socrate che Aristofane riteneva destabilizzante per l'educazione dei giovani ne mwwwLe nuvole) che serve a rimediare alla situazione o a spingere la comunità intera a prendere dei provvedimenti, come fa appunto Strepsiade, protagonista de mwxaLe nuvole, con un grande rogo.

In Menandro non ci sono eroi, non ci sono quelli che con la loro passionalità risolvono i problemi. Anzi, le passioni vengono viste come un pericolo per la tranquillità dell'animo, come un mwxgfuror (in mwxwlatino furore appunto, nel senso peggiore che gli si possa dare) che sconvolge la serenità di un organismo fragile come quello della famiglia (basti vedere cosa comporti l'ira di Demea nella mwyamwyqSamia); questo coincide anche con altri pensieri dell'epoca, quali l'mwygepicureismo, il cui mwywfondatore, commilitone di Menandro, operava ad Atene contemporaneamente a lui. All'eroe comico Aristofanesco viene quindi contrapposto "uno dei tanti" (in mwzagreco mwzqτῶν πολλῶν τις ὦν, mwzgton pollòn tis hon), che vuole trascorrere la propria vita in serenità con i propri cari esercitando la φιλία (philìa, il valore dell'amicizia e dell'amore umano, simile al rapporto di mwzwfilantropia mw0acristiano) nei confronti del prossimo che lo circonda.

Influenza sul teatro e sulla letteratura

Seppure non direttamente, Menandro influenzò notevolmente non solo (e non tanto) il teatro, quanto piuttosto le riflessioni morali e moralistiche.

Primo, ovvio, esempio fu l'influsso sul teatro latino. mw1aPlauto e mw1qTerenzio presentano diverse analogie con il modello greco a cui si sono abbondantemente ispirati, basti vedere che tutte le loro produzioni sono molto simili a quelle di Menandro in fatto di trama e di intreccio. Sono sempre presenti i tipici topoi quali l'innamoramento contrastato, lo scambio di persona, il riconoscimento, il ritorno di una persona dopo tanto tempo che scioglie tutta la mw1gmatassa, il lieto fine che culmina con il matrimonio. Alcune commedie, poi, riprendono addirittura gli stessi personaggi: un esempio è dato dall'avaro nellmw1w'mw2amw2qAulularia che viene ripreso dallmw2g'mw2wAspis. Il concetto di Τυχη è predominante in tutti e tre gli autori e l'interesse per una realtà comune quali la famiglia è un altro aspetto utilizzato comunemente.

Ma in una società come quella romana, non tutti i concetti possono essere ripresi appieno; per lo più potrebbero essere simili o molto vicini, ma non equivalenti. Plauto non riprende l'indagine psicologica o i riferimenti alle dottrine epicuree, né tanto meno ripone quella speranza nel genere umano che aveva proposto Menandro o esamina l'uomo quale è. Plasma le commedie, semmai, per proporle agli uomini vissuti in un periodo storico differente e per renderle più congeniali al suo pensiero.

Terenzio, invece, è più vicino a Menandro perché riprende il concetto di filantropia, dal latino chiamato mw3ghumanitas (mw3wHomo sum, humani nihil a me alienum puto). Ma se Terenzio promuove questo concetto a una ristretta élite - mentre il resto delle persone compie volenterosamente il male e tenta di distruggere i valori avvalorati dal commediografo - Menandro lo ripropone all'umanità intera, in cui ha fiducia e spera, sogna che essa potrà un giorno trovare quella concordia che, con l'impero di mw4aAlessandro Magno, ha raggiunto almeno in parte.

Ad esempio, anche in ambito cristiano, l'apostolo mw4gPaolo nella mw4wPrima lettera ai Corinzicite-ref-12[12] cita Menandro per la massima "Una brutta compagnia corrompe un buon carattere", che probabilmente deriva da un luogo simile in mw6aEuripide.cite-ref-13[13]

Note

cite-note-11. mw8wCronologia, in Menandro, mw9aDyscolos, Milano, BUR, 2001, p. 19.
cite-note-22. Diogene Laerzio, V 36.
cite-note-33. Diogene Laerzio, V 79.
cite-note-44. Girolamo, mw-gChronicon, 1696.
cite-note-55. Lo studioso Alfred Körte (1866-1946) ha scoperto come le fonti citino una sola etera con quel nome, ad Atene, attestata quando Menandro era ancora un bambino, e ha inoltre fatto notare che mwaqiGlikera è il titolo di una delle commedie menandree, onde la probabile origine dell'equivoco; vedere inoltre la citata mwaqmCronologia, in Menandro, mwaqqDyscolos, Milano, BUR, 2001, p. 20.
cite-note-66. mwaqgIG, XIV 1184.
cite-note-77. Ovidio, mwaqwIbis, 591 ss.
cite-note-88. Pausania I 2, 2.
cite-note-99. mwarmmwarqSuida, μ 589. Traduzione inglese disponibile su mwarumwarymwarcSOL Search, su mwargwww.cs.uky.edu. mwarkURL consultato l'11 dicembre 2025.
cite-note-1010. mwar0Apollodoro di Atene, mwar4Cronaca, fr. 43. Traduzione inglese disponibile su mwar8mwasamwaseApollodorus: Chronicle, su mwasiwww.attalus.org. mwasmURL consultato l'11 dicembre 2025.
cite-note-1111. mwascP. Cair. J 43227.
cite-note-1212. 1 Cor., 15:33.
cite-note-1313. mwas4Socrate, mwas8Storia Ecclesiastica, III 16.

Bibliografia

• Carlo Diano, mwatmNote in margine al Dyskolos di Menandro, Padova 1959.
• Carlo Diano, mwatuDyskolos, ovvero il Selvatico, Padova 1960, Firenze 1966.
• mwatcBenedetto Marzullo, mwatgIl misantropo, Torino 1959 (mwatk"Il Misantropo" di Menandro, a cura di Benedetto Marzullo).
• Massimo Rossi, mwatsIl Pap.Oxy. Inv. 16 2B.52 e l'Aspis di Menandro, in "Prometheus", a. III (1977), pp.mwatw 43–48.
• Guido Paduano (a cura di), mwat4Menandro. Commedie, Milano 1980 (contiene mwat8Lo scudo, mwauaIl Misantropo, mwaueL'arbitrato, mwauiLa donna tosata, mwaummwauqLa donna di Samo).
• G. Marin Grimani, mwauyMenandro, Commedie, La Spezia 1990 (contiene mwaucIl misantropo, mwaugLa donna tosata, mwaukLa donna di Samo) - ISBN 88-403-6543-5
• Angelo Casanova (a cura di), mwauwMenandro e l'evoluzione della commedia greca, Firenze, University Press, 2014

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Collegamenti esterni

• citereftreccani-itMenandro, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
• citerefenciclopedia-italiana-1934Goffredo Coppola, MENANDRO, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934.
• citerefenciclopedia-italiana-1979Franca Perusino, MENANDRO, in Enciclopedia Italiana, IV Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1979.
• citerefsapere-itMenandro (commediografo), su sapere.it, De Agostini.
• citerefbritannica-com(EN) Menander, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
• citerefmlolOpere di Menandro, su MLOL, Horizons Unlimited.
• citerefopen-library(EN) Opere di Menandro, su Open Library, Internet Archive.
• citerefisfdb(EN) Bibliografia di Menandro, su Internet Speculative Fiction Database, Al von Ruff.
• citerefgoodreads(EN) Menander, su Goodreads.
• (EN) Menandro, su IMDb, IMDb.com.
• mwavmTraduzione, con note esplicative, di quattro commedie: Dyskolos, Epitrepontes, Perikeiromene, Samia, su profrossi.altervista.org. URL consultato il 13 febbraio 2015 (archiviato dall'url originale il 29 dicembre 2015).